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PERCHE' DIO PERMETTE LA 


SOFFERENZA?

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Perché Dio permette delle tristi esperienze anche ai cristiani?


La domanda è più che mai naturale, soprattutto se si considera "l'idea religiosa" comunemente accettata che sofferenza, dolori e lutti colpiscono i malvagi. Spesso si sente dire: "Ciò che è accaduto, Dio non doveva permetterlo, perché quel cristiano non lo meritava". Oppure: "Gli sta bene, Dio lo ha punito". E' questa la posizione che i cristiani devono assumere di fronte al problema della sofferenza? Dopo migliaia d'anni, si sentono dare ancora spiegazioni razionalistiche alla sofferenza come quelle espresse dai tre amici di Giobbe, dimenticando però che Dio giudicò molto duramente le loro opinioni, infatti è scritto: Il Signore disse a Elifaz di Teman: 

«La mia ira è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità» (Giobbe 42 verso 7). Sono stati versati fiumi d'inchiostro per cercare di risolvere in modo razionale il problema della sofferenza.


LA POSIZIONE DELLA COLPA


Questa tesi sostiene che le esperienze dolorose dell'esistenza sono legate alla disubbidienza a Dio e alla Sua parola. "Forse abbiamo fatto qualcosa di male", dice qualcuno, "forse non abbiamo pregato abbastanza", dice qualche altro. Dio quindi avrebbe punito in conseguenza di una omissione o di qualche peccato commesso. Questa teoria superstiziosa prodotta dal senso di colpa è certamente anti-cristiana e anti-biblica. Perché, se Dio dovesse punirci per i nostri errori o per le nostre omissione, allora tutti i cristiani non potrebbero godere neanche un istante di pace, di salute e di serenità. L'idea di un Dio vendicatore, pronto a giudicare e a condannare, è perfettamente umana ed è retaggio di una concezione superstiziosa e pagana. Essa rivela l'assoluta ignoranza di chi non conosce il proprio Creatore e Salvatore. Se è vero che l'Antico Testamento letto superficialmente, ci presenta Dio come giudice, basta soffermarsi un po' sulle pagine della Scrittura, per notare che l'Eterno concede sempre amorevolmente agli uomini la possibilità ed il tempo per ravvedersi e poi, quando questi rifiutano il Suo messaggio d'amore, allora cade su loro l'inevitabile conseguenza della ribellione. Nessuno potrà mai affermare che la sofferenza è sempre conseguenza diretta del peccato, senza esprimere un giudizio che esuli dalle nostre competenze e che spetta soltanto a Dio.
 

LA POSIZIONE DELL'ORGOGLIO
 

E' quella secondo la quale se non accade nulla di male e non si soffre, i cristiani, sono così preservati e liberati dal male, sono onorati dalla speciale protezione di Dio perché buoni e meritevoli. Non si può negare che Dio interviene a favore dei credenti che desiderano seguirLo per fede. Ecco il più famoso: «L'Angelo dell'Eterno si accampa attorno a quelli che Lo temano, e li libera» (Salmo 34 verso 7). Questo testo è ripetuto fuori dal contesto per affermare che mai nulla di male avverrà ai "buoni". Invece, tutto il Salmo e tanti altri versetti biblici provano che non i "buoni", ma i fedeli a Dio non sono esenti da afflizioni e dolori. Basta leggere il Salmo 34 per intero, ed in particolare i primi dieci versi, per notare che il tema è la lode e la gratitudine al Signore per le liberazioni ottenute: Davide era spaventato (v.4), afflitto (v.6) ed in distretta (v.6), ma è stato dall'Eterno "liberato", "illuminato", "esaudito", "salvato" e "soddisfatto". L'opinione che quando non si incontrano difficoltà vuol dire che Dio approva l'operato dell'uomo è in contrasto con tutto l'insegnamento biblico ed è pericolosa in quanto lascia spazio all'idea delle opere meritorie e scatena l'orgoglio religioso in coloro che, "non avendo problemi", pensano di poter guardare dall'alto in basso tutti gli altri e giudicarli.


LA POSISZIONE DEL FATALISMO


E' la più comune nel mondo contemporaneo in quanto, eliminando il concetto della sovranità di Dio nella creazione, afferma che, come parte dell'umanità, siamo tutti eredi di alcune realtà universali quali il male morale, le sofferenze e la morte. Cristiani e non cristiani soffrono, si ammalano e muoiono, e non c'è differenza tra l'uno e l'altro; quindi, secondo le tesi fatalistica, non possiamo fare nulla a riguardo, ma soltanto subire. Questo concetto non è fondato sulle Scritture, ma sull'idea che Dio abbia creato il mondo per poi abbandonarlo a se stesso, come chi carica un orologio che poi continua autonomamente a funzionare. Questa concezione deistica è in netto contrasto con l'Iddio della Bibbia, l'unico vero Dio, che si è rivelato in Cristo e si rivela ancora per l'azione dello Spirito Santo. Certamente come figli di Adamo «Sappiamo che fino ad ora tutta la creazione geme insieme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito» (Romani 8 verso 22-23). Siamo anche certi, però, che Dio è anche pronto ad esaudire e a liberare perché è scritto: «Invocami nel giorno della distretta: Io te ne trarrò fuori, e tu mi glorificherai» (Salmo 50 verso 15).


LA POSIZIONE BIBLICA


Se le teorie precedenti sono inaccettabili alla luce di tutto l'insegnamento delle Scritture, come è possibile spiegare il problema della sofferenza? Prima di tutto bisogna riconoscere che la sofferenza ha un "ministerio". Dio la permette per ragioni diverse, talvolta inspiegabili ma, come cristiani, riconosciamo che Egli ha la libertà di agire in noi per attuare il Suo piano. Il programma divino non si limita al tempo, ma riguarda l'Eternità. Se soltanto si considera questo fattore, allora si ritroverà la serenità in ogni situazione. Inoltre, chi può sapere con certezza ciò che è veramente "bene"? L'unico vero "bene" è quello che aveva scoperto Davide: «Quanto a me il mio bene è di accostarmi a Dio» (Salmo 73 verso 28). Per "bene" un dizionario dà la seguente definizione: "qualità di ciò che è buono, o utilità o vantaggio". Ma come si può riconoscere veramente ciò che è buono ed utile? Tutto è collegato alla visione individuale dell'esistenza, se la consideriamo in senso "orizzontale", cioè ritenendo questa vita come fine a se stessa, oppure in senso "verticale", cioè considerandola soltanto la preparazione della vita vera, quella eterna. Come cristiani, certamente, accettiamo il concetto "verticale" della vita ed allora tante situazioni penose, che dal punto di vista terreno sono considerate negative, si potranno concepire come positive sul piano eterno. Invece di indagare sulle cause delle esperienze negative, chiediamo al Signore di farci scoprire serenamente gli effetti positivi, e se fino ad allora ci siamo consumati in ipotesi e teorie, gettiamo ora le nostre sollecitudini ai Suoi piedi ricordando che sotto di noi «... saranno le braccia eterne» (Deuteronomio 33 verso 27). 

 



GRAZIE PER LA VISITA E DIO TI BENEDICA

 


 

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